Voli di stato per visitare Chávez. O prendere ordini dai Castro?

Familiari, militari, ministri e funzionari dello stato. I loro viaggi a Cuba per fare visita al convalescente Hugo Chávez sono costati già 1,5 milioni di dollari. Dal 10 dicembre scorso, giorno dell’ultimo ricovero del presidente, sono state totalizzate più di 400 ore di volo tra Caracas e L’Avana e, considerando la non enorme distanza tra Venezuela e Cuba, non è difficile calcolare il numero dei voli effettuati. Il tutto – si lamenta la debole ma speranzosa opposizione – a spese dello Stato, per giunta in una fase in cui anche l’economia venezuelana, nonostante il petrolio, è alle prese con la crisi mondiale, aggravata dalle fallimentari politiche economiche bolivariane.
Nel singolare scenario politico-istituzionale del paese caraibico, Chávez è pur sempre il presidente, poco importano il mancato giuramento e le condizioni di salute incompatibili con il mandato. E qundi, seguendo la logica della maggioranza chavista, i continui viaggi a Cuba hanno il fine di permettere a ministri e funzionari di ottenere direttive direttamente dal “comandante”, su come portare avanti gli affari correnti e, soprattutto, gestire la situazione di emergenza, perché tale è quella venezuelana. Vere o false che siano, negli ultimi giorni sono circolate voci di un presunto piano per eliminare Nicolás Maduro, numero due della dirigenza bolivariana. Incertezza ce n’è e anche tanta ed è, questo, il primo caso difficile per il socialismo venezuelano che ha cominciato a interrogarsi, non certo pubblicamente, sul suo futuro. Servono a questo i numerosi viaggi all’Avana? Del resto, chi lo dice che Chávez sia in condizioni di normalità psico-fisica?
La denuncia dell’opposizione, ancorché non adeguatamente provata, è precisa: quei viaggi nell’isola hanno anche altri scopi. Si ritiene che gli uomini della dirigenza venezuelana, impreparati a gestire una situazione dal carattere così eccezionale, chiedano e ricevano “suggerimenti” dai fratelli Castro, abituati da oltre mezzo secolo a prevenire qualsiasi forma di sovversione o disordine. Nel frattempo, però, mentre l’illustre ammalato è al sicuro tra medici cubani e strutture impiegate ad personam, gli ospedali venezuelani soffrono mancanza di equipaggiamento. E il pensiero torna a quell’1,5 milioni di dollari, che non sono una cifra enorme ma un sicuro sollievo per qualche nosocomio di periferia.
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Castro alla guida del Celac. Per diritti umani e democrazia…

Un passaporto, un permesso per due anni di permanenza all’estero ed è già democrazia. A cinque giorni dalla timida riforma voluta da Raúl Castro si torna a parlare di Cuba e di diritti umani. E il presidente diventa simbolo di difesa dei diritti fondamentali. Nell’isola dei barbudos è periodo di costrette aperture, segnatamente in termini di mercato e iniziativa privata. Barbieri ed estetiste calcolano gli effetti positivi delle nuove attività d’impresa: più reddito, spiegano, così si riesce almeno a triplicare le entrate mensili. Parlare, però, resta pressoché un sogno. È presto per dire che all’Avana qualcosa possa cambiare sul piano delle garanzie.

Eppure Castro sta per ricevere, dal presidente cileno Piñera, la guida della Celac, la Comunità degli Stati dell’America latina e Caraibi, un’organizzazione intergovernativa che, ereditando gli obiettivi del Gruppo di Rio, lavora per la protezione della democrazia e dei diritti umani. Tutto nella norma della presidenza “a giro”, simile al sistema del semestre europeo. Ma nel subcontinente americano è, inevitabilmente, polemica. Perché per regolamento uno dei leader più discussi dell’area si converte nel portavoce officiale di una regione da sempre alla ricerca di stabilità democratica, e sarà proprio l’attuale comandante cubano a dover stimolare, nei prossimi dodici mesi, negoziati politici e commerciali con i ventisette paesi Ue e gli altri blocchi regionali.

Oltre che singolare, il compito di Raúl Castro sarà poco agevole, almeno in termini di principio. Il suo governo è alle prese con una congiuntura politica agitata: detenzioni illegali e persecuzione politica costituiscono ancora il quotidiano, strascichi di una impostazione rivoluzionaria che cerca di sopravvivere. Gli arresti, incalzano gli attivisti di Hablemos Press, costituiscono abusi contro le libertà civili e culturali e continuano a essere aggressioni abituali ai diritti umani da parte delle autorità dell’isola. E forniscono dati: nell’ottobre del 2012 gli arresti per ragioni politiche sono stati 402 che si vanno a sommare ai 4.140 dei mesi precedenti, a danno soprattutto del movimento delle Dame in bianco e dell’Unione patriottica cubana.

Un incarico discutibile, dunque, anche considerando che Cuba e il Venezuela di Hugo Chávez sono gli unici due paesi che non permettono l’ingresso dei funzionari della Commissione interamericana del diritti umani dell’Organizzazione degli Stati americani. La stessa che, in virtù del predominio di Washington nel sodalizio, ha sospeso per decenni lo status di membro dell’Avana per palese contrasto del suo regime con l’atto costitutivo. Motivi politici, allora, nella decisione della Celac considerando che i principali leader regionali lavorano da anni per ridare a Cuba cittadinanza piena nelle piattaforme politico-diplomatiche del continente. Quasi per fare un torto all’America o per stimolarla ad ammorbidire la sua politica estera verso governi “ribelli” del centro-sud, ma risparmiando sforzi nell’accompagnare il paese caraibico verso standard democratici. Con tutte le eccezioni possibili, visto che l’uscente conservatore Sebastián Piñera, non ha esitato a scagliare la polizia contro gli studenti scesi in piazza per dire no a una riforma scolastica e universitaria un po’ alla Margaret Thatcher. Tanto per restare in tema di cosa è destra e cosa è sinistra in un continente che cerca schemi diversi.

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Venezuela, cercasi presidente. E anche prodotti alimentari…

Se c’è zucchero manca la farina, se c’è la farina manca il pollo e talvolta è necessario ricorrere a reti amiche per sapere dove e come acquistare un prodotto, in alcuni casi anche di prima necessità. Scenario da restrizioni belliche in un paese dove non c’è guerra ma disordine sociale e dove si rischia anche il disordine politico. È in questo clima, e con queste difficoltà, che i venezuelani attendono di conoscere il destino del paese, tutto nelle mani dell’entourage di Hugo Chávez, ancora “confinato” all’Avana dopo l’ennesimo intervento col quale cerca di battere il cancro. Il presidente rieletto, è noto, non ha giurato nella data prestabilita, il 10 gennaio, supportato dalla maggioranza del parlamento nazionale che gli ha concesso «tutto il tempo di cui ha bisogno» per riprendersi.

Fatto sta che all’aumento della criminalità e al quasi isolamento di Caracas, per effetto di una politica estera che ha intercettato prevalentemente governi a vocazione anti americana, si aggiunge una delle note più disonorevoli: la difficoltà di reperire prodotti alimentari. Resa ancora più difficilmente giustificabile per uno dei principali paesi produttori di petrolio, lo stesso grazie al quale Chávez aveva promesso una diversa distribuzione della ricchezza.

Il basso livello di scorte non è certo una conseguenza diretta dell’assenza prolungata dell’uomo forte di Miraflores, ma i venezuelani si chiedono chi, in un momento così delicato, sia legittimato ad adottare quelle misure economiche necessarie, come per esempio una modifica del tasso di cambio e il controllo sui prezzi delle merci. Schemi occidentali di governo non darebbero neanche questa occasione di riflessione, ma con un chavismo in crisi farsi venire questo dubbio appare giustificato. Prendere decisioni in supplenza, in un sistema di potere come quello creato dall’ex paracadutista, sarebbe un azzardo, soprattutto ora che nel Partito socialista venezuelano già l’idea di gestire una successione – al di là della decisione di Chávez di investire il suo vice Nicolás Maduro – ha aperto il confronto innescando la competizione sul chi è più chavista dell’altro.

Al di là dei difetti di amministrazione gli analisti attribuiscono le carenze di derrate alimentari al fallimento di un modello economico basato sui rigidi controlli monetari e dei prezzi, così come nell’indebolimento dell’apparato produttivo privato dopo anni di espropri e nazionalizzazioni, tra i punti forti della politica economica boliviariana. Dal 2003, difatti, acquisto e vendita legale dei dollari statunitensi è nelle mani dello Stato e i quattro adeguamenti del tasso di cambio realizzati da allora sono stati decisi e annunciati direttamente dal presidente rientrando, decisioni come questa, nella sua impostazione storica che è la promessa totale autonomia da Washington e dagli organismi finanziari multilaterali.

Nel pratico ciò che i venezuelani di media avvedutezza contestano al governo è il sistema del controllo dei prezzi voluto dall’esecutivo su un centinaio di beni e servizi, idea tutta socialista e che non stimola il libero mercato che, peraltro, ultimamente avverte il peso delle nazionalizzazioni avviate nel 2007. Di qui una caduta della produzione interna aumentando di conseguenza la necessità di ricorso alle importazioni. E neanche il petrolio è sufficiente a “pareggiare”, anche perché troppo spesso diventa uno strumento di politica estera. Crudo a Cuba e Nicaragua, per esempio, in cambio di fagioli. Ma i venezuelani, ormai, hanno bisogno di altro.

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E anche il ministro Terzi scopre l’America latina

Scelgo un argomento particolare come post di apertura del blog che vuole essere un esempio di quanto spiegato nel “chi siamo”. L’Italia è tra quei paesi che, almeno a livello di classe politica, non ha mai mostrato particolare interesse ai moti di cambiamento che stanno interessando, e impegnano ancora, la maggior parte delle società latinoamericane. Questo è accaduto nonostante in quelle terre ci siano centinaia di migliaia di italiani residenti e qualche milione di discendenti. E anche quasi ignorando quella complementarietà produttiva tra quel mondo e il nostro, in modo particolare tra Italia, Argentina e Brasile.

Il nostro ministro degli Esteri, Giulio Terzi, pochi giorni fa, si è fatto scappare che l’America latina è un subcontinente ricco di opportunità per l’Italia e l’Unione europea in un’ottica di crescita, attivando una collaborazione sul modello delle piccole e medie imprese, dell’innovazione e delle smart city. Ma non è una novità e non dovrebbe esserlo neanche per un ministro e diplomatico di grido più disponibile a soffermare la sua attenzione sul mondo arabo, Medioriente in particolare, e sulle relazioni tra Roma e Washington. Una questione di inclinazione politica?

Non servono grandi sforzi per rendersi conto che nel panorama politico i partiti di centrosinistra sono quelli che tradizionalmente hanno rapporti privilegiati con il latinoamerica. Un po’ per quei sogni rivoluzionari dei vecchi dirigenti Pci sempre a caccia di un caso di rivoluzione da imitare, ma anche perché quelli in connessione più o meno stabile con le forze socialiste e socialdemocratiche di Centro e Sudamerica. Del centrodestra degli ultimi tempi si ricorderà un quasi plenipotenziario incaricato di fomentare nuove occasioni di dialogo con i governi di quel quadrante.

Sul campo, però, quello sociale e culturale, continuano a muoversi quegli attori invisibili, in testa gli addetti alla cooperazione allo sviluppo e qualche forma di solidarietà di natura religiosa. Oltre alle imprese, quelle che stanno sempre un passo avanti, ammesso che dietro non ci siano i suggeritori politici. Che non guasta in un sistema paese, ma oltre alla cooperazione economico-commerciale quando si riprende a parlare di democrazia e diritti umani? Perché il ministro parla del subcontinente come opportunità per la crescita. Qualcosa di cui approfittare. Poi dice che quelli si buttano a sinistra…

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