Castro alla guida del Celac. Per diritti umani e democrazia…

Un passaporto, un permesso per due anni di permanenza all’estero ed è già democrazia. A cinque giorni dalla timida riforma voluta da Raúl Castro si torna a parlare di Cuba e di diritti umani. E il presidente diventa simbolo di difesa dei diritti fondamentali. Nell’isola dei barbudos è periodo di costrette aperture, segnatamente in termini di mercato e iniziativa privata. Barbieri ed estetiste calcolano gli effetti positivi delle nuove attività d’impresa: più reddito, spiegano, così si riesce almeno a triplicare le entrate mensili. Parlare, però, resta pressoché un sogno. È presto per dire che all’Avana qualcosa possa cambiare sul piano delle garanzie.

Eppure Castro sta per ricevere, dal presidente cileno Piñera, la guida della Celac, la Comunità degli Stati dell’America latina e Caraibi, un’organizzazione intergovernativa che, ereditando gli obiettivi del Gruppo di Rio, lavora per la protezione della democrazia e dei diritti umani. Tutto nella norma della presidenza “a giro”, simile al sistema del semestre europeo. Ma nel subcontinente americano è, inevitabilmente, polemica. Perché per regolamento uno dei leader più discussi dell’area si converte nel portavoce officiale di una regione da sempre alla ricerca di stabilità democratica, e sarà proprio l’attuale comandante cubano a dover stimolare, nei prossimi dodici mesi, negoziati politici e commerciali con i ventisette paesi Ue e gli altri blocchi regionali.

Oltre che singolare, il compito di Raúl Castro sarà poco agevole, almeno in termini di principio. Il suo governo è alle prese con una congiuntura politica agitata: detenzioni illegali e persecuzione politica costituiscono ancora il quotidiano, strascichi di una impostazione rivoluzionaria che cerca di sopravvivere. Gli arresti, incalzano gli attivisti di Hablemos Press, costituiscono abusi contro le libertà civili e culturali e continuano a essere aggressioni abituali ai diritti umani da parte delle autorità dell’isola. E forniscono dati: nell’ottobre del 2012 gli arresti per ragioni politiche sono stati 402 che si vanno a sommare ai 4.140 dei mesi precedenti, a danno soprattutto del movimento delle Dame in bianco e dell’Unione patriottica cubana.

Un incarico discutibile, dunque, anche considerando che Cuba e il Venezuela di Hugo Chávez sono gli unici due paesi che non permettono l’ingresso dei funzionari della Commissione interamericana del diritti umani dell’Organizzazione degli Stati americani. La stessa che, in virtù del predominio di Washington nel sodalizio, ha sospeso per decenni lo status di membro dell’Avana per palese contrasto del suo regime con l’atto costitutivo. Motivi politici, allora, nella decisione della Celac considerando che i principali leader regionali lavorano da anni per ridare a Cuba cittadinanza piena nelle piattaforme politico-diplomatiche del continente. Quasi per fare un torto all’America o per stimolarla ad ammorbidire la sua politica estera verso governi “ribelli” del centro-sud, ma risparmiando sforzi nell’accompagnare il paese caraibico verso standard democratici. Con tutte le eccezioni possibili, visto che l’uscente conservatore Sebastián Piñera, non ha esitato a scagliare la polizia contro gli studenti scesi in piazza per dire no a una riforma scolastica e universitaria un po’ alla Margaret Thatcher. Tanto per restare in tema di cosa è destra e cosa è sinistra in un continente che cerca schemi diversi.

@eugeniobalsamo

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