Chávez, la fretta dei giudizi. Da vivo e da morto

La politica internazionale saluta una stella. Nel bene e nel male Hugo Chávez ha rappresentato tanto, soprattutto per quei venezuelani stanchi di schemi quasi mai mossi da equità. Delle risorse naturali, della ricchezza prodotta da un paese che per decenni è stato meta di migranti provenienti da Europa e Vicino oriente. Un paese che ha potuto dare garanzie di vita, e questo i meridionali italiani lo sanno bene. Ma che, alla fine, ha tolto: troppo radicale il presidente degli ultimi anni, fino a farsi bollare come caudillo, termine che chi ha un particolare amore per il latinoamerica sa che non ha in sé nulla di positivo.

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Quando chiacchieravo con l’ex ambasciatore venezuelano a Roma e la consigliera per i rapporti con i media spiegavo che per noi europei è stato sempre difficile comprendere pienamente il profilo di Hugo Chávez, perché qui si è abituati (e costretti) a distinguere tra destra e sinistra, tra una cosa e l’altra. E il presidente ci ha messo del suo parlando in maniera avventata di socialismo. Sia chiaro, nessuno sconto di pena sugli errori che ha commesso, cambiando fortemente il suo programma iniziale, che non era di sinistra e non era di destra. Perché qui c’è ancora da interrogarsi su cosa sia di destra e cosa di sinistra. Chi, per esempio, ha chiesto la nazionalizzazione dell’Ilva o del Monte dei Paschi di Siena è stato automaticamente collocato alle estreme: di solito se chiedi che lo Stato si riappropri di un insediamento industriale strategico e dove i poteri pubblici dimenticano che ci scappa quasi un morto al giorno sei un nemico dei mercati. Idem se pretendi che un istituto di credito, tanto aiutato da governo ed Europa, abbia almeno il buon gusto di non giocare a “mazzetto” con i soldi di correntisti e azionisti, oltre che con quelli del bazooka di Mario Draghi. Che, in fondo, è sempre denaro pubblico.

I mercati, appunto. Non è che Chávez – come lo abbiamo conosciuto nel passaggio da un secolo all’altro – avesse torto quando sottolineava che il petrolio è una risorsa nazionale e che era quindi giusto che fosse il popolo, attraverso i suoi rappresentanti, a decidere che farne e a che prezzo. Solo che quando cerchi di sottrarti a un consolidato dell’economia e della politica internazionale finisci inevitabilmente ai suoi margini. Succede, però, che se la Russia di Putin chiude i rubinetti del gas all’Ucraina che diventa filo occidentale o alla Bielorussia (comunque amica) perché restia a farsi risucchiare definitivamente nel comando economico del Cremlino, gli osservatori parlano di normalità geopolitica, di un paese che fonda la sua politica estera sugli idrocarburi e che galoppa verso la leadership regionale. Mosca, in fondo, è sempre uno dei nuovi centri della multipolarità necessaria. È vitale per l’Unione europea che facilmente sorvola sulla censura della stampa e sulla violenta repressione del dissenso politico.

Nelle ore della morte del presidente venezuelano la politica italiana – e, prima ancora, l’opinione pubblica di un paese frustrato da conti e riforme mai spiegate – si interroga sulla poca considerazione che Grillo e Casaleggio hanno della stampa. Non parlano con i giornali, sottolineano tutti. E invitano gli organi di informazione a ignorare la macchina e il popolo grillino. Bella lezione di civiltà di un Occidente libero, mentre proprio la nostra culla della democrazia, per anni, ha attaccato il potere venezuelano perché incline al bavaglio. Questo sì, è stato uno degli errori più gravi dell’establishment di Caracas, imperdonabili. E incomprensibile è stata la sua politica economica: la nazionalizzazione di una catena di supermercati, per esempio, non ha nulla di strategico, al pari di quella di un’impresa di movimentazione portuale. Diverso, ovviamente, il caso del petrolio visto che la tendenza degli ultimi tempi è quella del ritorno della risorsa nelle mani dello Stato. Un fatto non di mero controllo, ma per evitare che – vale per il Venezuela e per moltissimi altri paesi – una risorsa vitale cada nelle mani di mercati e speculazione, quelli che non ragionano sulla base delle necessità di un popolo. Certo, la gestione della Pdvsa non è un esempio di efficienza e trasparenza, ma il principio di base è quello giusto.

Luci e ombre, dunque. Un classico quando finisce l’era di un leader forte. La sua è stata una politica estera troppo “spinta” a intercettare paesi discussi, dall’Iran, alla Siria fino alla Bielorussia. Qui è franata l’idea di costruire quello che Chávez affermava, e cioè che otro modo es posible. Meglio sarebbe stato soffermarsi su un ruolo regionale, nell’intero continente americano, portando avanti battaglie storiche di un’America latina che è riuscita a rialzare la testa spiegando che i modelli imposti negli anni Ottanta e Novanta non erano adatti a quelle latitudini. Lo ha fatto Lula, che non era di destra; ci è riuscita Michelle Bachelet in un Cile che ha preferito la linea morbida di sinistra. E ci è riuscita anche l’Argentina di Néstor Kirchner venendo fuori dal disastro, un risultato in parte depresso dall’attuale presidente.

È un errore, insomma, continuare ad affermare che il mandatario venezuelano è stato il condottiero dell’intero Sudamerica e di una parte dell’America centrale: ogni paese ha calibrato la sua rivalsa politica sulle proprie potenzialità. Con un epilogo negativo per la Bolivia di Evo Morales, il chavista più allineato, e non sta andando meglio al Nicaragua di Daniel Ortega. Di sicuro, però, Chávez ha dato uno scossone concreto al quadrante latino dando man forte all’integrazione regionale che è sempre stata vittima di campanilismi e controversie di confine mai superate. Fallimentare la sua idea di Alleanza bolivariana per le Americhe da contrapporre a quella statunitense, trasversale, di un’area di libero commercio sulla quale c’è stato il dubbio concreto della supremazia di Washington. Non è certo merito del presidente venezuelano se i popoli latinoamericani, come sottolineano i più inquadrati a sinistra, hanno rialzato la testa, ma il suo contributo c’è stato. Poi, tutto dipende e dipenderà da classi dirigenti spesso incapaci e col vizietto dell’autoritarismo e della corruzione.

Milioni di persone hanno salutato Chávez scendendo in strada. Cosa normale nella politica sudamericana, ma che non deve far dimenticare che, in fondo, gran parte della popolazione è stata con lui. E che persino gli odiati osservatori elettorali made in Usa hanno, di volta in volta, certificato la bontà dei voti che gli hanno permesso di governare, o regnare, a seconda dei punti di vista. Il rispetto della volontà popolare, in fin dei conti, è un principio fondamentale, difficile da smentire. «Ora si apre un nuovo capitolo», ha dichiarato Barack Obama che non è quel «John Wayne» o quel «borracho» o «diablo» come Chávez usava definire George W. Bush, ma è pur sempre il capo della Casa bianca e, per convenzione, ostile alle istanze del chavismo. Il nuovo capitolo, però, lo apriranno i venezuelani col prossimo voto che potrà scegliere tra un chavismo senza Chávez – e quindi pieno di incognite e personalismi e correnti che non si faranno attendere – e il candidato che la piattaforma unitaria delle opposizioni sapranno proporre. Economia ferma, tasso di criminalità tra i più alti al mondo, corruzione e nepotismo a livelli consistenti, appiattimento sulla Cuba dei Castro: i principali nodi da sciogliere sono questi. Non pochi dopo tredici anni di promesse, partendo dal vantaggio di essere il quinto produttore mondiale di greggio.

@eugeniobalsamo

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