La Fao premia il Venezuela, che va a letto senza cena

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È difficile fare un paragone tra Hugo Chávez e Nicolás Maduro, ma il presidente-erede pare mettercela tutta. La stampa italiana ha giustamente voluto sottolineare la stravaganza dell’ultima idea chavista, quella di vietare per legge (tuttavia è ancora una proposta) i biberon e, di conseguenza, il latte “non alla spina”. Troppo capitalisti, dicono i bolivariani, fanno bene solo all’industria dei grandi brand e violano la legge della natura. Insomma, Dio ha creato il seno non per gli sfizi degli adulti ma per le necessità dei neonati. Tant’è che anche il defunto presidente si era scagliato contro la moda (in verità diffusissima anche tra le minorenni) di ricorrere alla chirurgia per avere un dono in più. Il disegno di legge prevede multe salate per utilizzatori, produttori e commercianti. Ma è una storia come tante, a quelle latitudini.

Meno importanza, però, nelle stesse ore è stata data alla prima visita ufficiale di Maduro in Italia. Ha incontrato Giorgio Napolitano ribadendo «l’amicizia storica tra i due paesi», ma soprattutto ha incontrato l’ad di Eni, Paolo Scaroni, facendosi accompagnare da Rafael Ramírez cioè il suo ministro per il Petrolio, mentre Emma Bonino riceveva il suo omologo Elias Jaua. Il presidente ha anche avuto un colloquio con il pontefice al quale ha voluto sottolineare la principale ragione della sua presenza a Roma: il Venezuela, ha detto, «è il paese che ha fatto di più al mondo contro la fame nell’ultima decade». Questo, a dirla tutta, è passato quasi inosservato, anche in un paese, il nostro, che in quelle terre caraibiche ha una “colonia” numerosa.

Maduro aveva un appuntamento alla Fao dove il Venezuela è stato consacrato come quel paese che ha combattuto e ridotto la fame del suo popolo. Insomma, un premio per aver raggiunto anzitempo gli onusiani obiettivi del Millennio. Alcuni dati confortano la decisione dell’agenzia specializzata delle Nazioni unite per agricoltura e alimentazione, ma è difficile non riproporre quanto, mesi addietro, veniva anticipato in queste pagine. Che, cioè, da alcuni mesi, il paese bolivariano è alle prese con una crisi alimentare senza precedenti. Lo segnalano gli attivisti dell’opposizione, ma anche gli elettori chavisti non riescono a nascondere la difficoltà di accaparrarsi anche beni di prima necessità. A nulla – dice scherzando qualcuno – è servito lo scambio con il Nicaragua dell’amico Ortega, petrolio in cambio di fagioli. E intanto, da mesi, si fanno code, c’è chi riesce a rubare qualcosa per necessità, chi ricorre alle classiche amicizie e chi arriva alle mani per una bistecca.

Anche la scarsità di farina e polli nei supermercati la si butta in politica: per i filogovernativi la responsabilità è da ricercare, come sempre, oltreconfine, tra quei poteri forti intenzionati a portare il Venezuela al collasso per mettere sotto accusa i tredici anni di politiche economiche che non hanno avuto successo. L’opposizione, al contrario, pubblica sulla rete video che dimostrano l’esistenza reale del problema che, in parte, ammette lo stesso Maduro. Secondo il presidente, però, si tratta di assenza di scorte sufficienti e che per tale ragione il governo ha deciso (è evidente nel video proposto) di ricorrere al razionamento. Si vedono tessere in perfetto stile cubano, quelle che solitamente circolano in parentesi belliche o di gravi emorragie produttive. È sul terreno dell’impossibilità ritenere che una merenda in meno è un fatto di politica internazionale. A spiegarlo è, tra i tanti antichavisti, il sindaco di Caracas, Antonio Ledezma, che si rifà a principi basilari. Per effetto delle scelte di politica monetaria dell’esecutivo bolivariano mancano dollari per comprare le merci (il bolívar attuale è praticamente nulla) così come manca la fiducia di fornitori e investitori e l’inflazione reale ricorda i decenni neri del Latinoamerica. Tutto denunciato già dal mese di febbraio quando il governo minimizzava e copriva il tutto con sana propaganda. Fino a dover poi ammettere ciò che segnalavano i cittadini: manca anche la carta igienica. E il sogno dell’indipendenza economica è costretto ad arrossire anche in bagno: è dall’estero che – ha promesso il presidente – il Venezuela sta per ricevere cinquanta milioni di rotoli.

(Qui un video sul razionamento dei viveri, pubblicato su Facebook: https://www.facebook.com/photo.php?v=590278021006720)

@eugeniobalsamo

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Venezuela, cercasi presidente. E anche prodotti alimentari…

Se c’è zucchero manca la farina, se c’è la farina manca il pollo e talvolta è necessario ricorrere a reti amiche per sapere dove e come acquistare un prodotto, in alcuni casi anche di prima necessità. Scenario da restrizioni belliche in un paese dove non c’è guerra ma disordine sociale e dove si rischia anche il disordine politico. È in questo clima, e con queste difficoltà, che i venezuelani attendono di conoscere il destino del paese, tutto nelle mani dell’entourage di Hugo Chávez, ancora “confinato” all’Avana dopo l’ennesimo intervento col quale cerca di battere il cancro. Il presidente rieletto, è noto, non ha giurato nella data prestabilita, il 10 gennaio, supportato dalla maggioranza del parlamento nazionale che gli ha concesso «tutto il tempo di cui ha bisogno» per riprendersi.

Fatto sta che all’aumento della criminalità e al quasi isolamento di Caracas, per effetto di una politica estera che ha intercettato prevalentemente governi a vocazione anti americana, si aggiunge una delle note più disonorevoli: la difficoltà di reperire prodotti alimentari. Resa ancora più difficilmente giustificabile per uno dei principali paesi produttori di petrolio, lo stesso grazie al quale Chávez aveva promesso una diversa distribuzione della ricchezza.

Il basso livello di scorte non è certo una conseguenza diretta dell’assenza prolungata dell’uomo forte di Miraflores, ma i venezuelani si chiedono chi, in un momento così delicato, sia legittimato ad adottare quelle misure economiche necessarie, come per esempio una modifica del tasso di cambio e il controllo sui prezzi delle merci. Schemi occidentali di governo non darebbero neanche questa occasione di riflessione, ma con un chavismo in crisi farsi venire questo dubbio appare giustificato. Prendere decisioni in supplenza, in un sistema di potere come quello creato dall’ex paracadutista, sarebbe un azzardo, soprattutto ora che nel Partito socialista venezuelano già l’idea di gestire una successione – al di là della decisione di Chávez di investire il suo vice Nicolás Maduro – ha aperto il confronto innescando la competizione sul chi è più chavista dell’altro.

Al di là dei difetti di amministrazione gli analisti attribuiscono le carenze di derrate alimentari al fallimento di un modello economico basato sui rigidi controlli monetari e dei prezzi, così come nell’indebolimento dell’apparato produttivo privato dopo anni di espropri e nazionalizzazioni, tra i punti forti della politica economica boliviariana. Dal 2003, difatti, acquisto e vendita legale dei dollari statunitensi è nelle mani dello Stato e i quattro adeguamenti del tasso di cambio realizzati da allora sono stati decisi e annunciati direttamente dal presidente rientrando, decisioni come questa, nella sua impostazione storica che è la promessa totale autonomia da Washington e dagli organismi finanziari multilaterali.

Nel pratico ciò che i venezuelani di media avvedutezza contestano al governo è il sistema del controllo dei prezzi voluto dall’esecutivo su un centinaio di beni e servizi, idea tutta socialista e che non stimola il libero mercato che, peraltro, ultimamente avverte il peso delle nazionalizzazioni avviate nel 2007. Di qui una caduta della produzione interna aumentando di conseguenza la necessità di ricorso alle importazioni. E neanche il petrolio è sufficiente a “pareggiare”, anche perché troppo spesso diventa uno strumento di politica estera. Crudo a Cuba e Nicaragua, per esempio, in cambio di fagioli. Ma i venezuelani, ormai, hanno bisogno di altro.

@eugeniobalsamo